Sud

“Come si è donna senza danno per sé e per gli altri?”
Rossana Rossanda, La ragazza del secolo scorso

“La differenza della donna sono millenni di assenza dalla storia”, avverte con la sua spietata lucidità Carla Lonzi, ed ha ragione. Tanto è vero che nessuno parla (ancora) della differenza dell’uomo, cioè di quell’essere scontato, indiscutibile, intorno al quale sono state misurate tutte le cose. L’uomo è. La donna è altro. L’uomo è soggetto, la donna è un oggetto all’interno del sistema disegnato dai dominanti maschi che nella teoria sociale vigente in Occidente (nel Primo Mondo?, nel mondo dei ricchi?) basa la propria libertà sull’esistenza di settori per definizione non liberi a cui sono affidate le relazioni di riproduzione, di dipendenza, di custodia, di tutela e di altruismo: donne e servi, donne e schiavi, sfruttate e sfruttati.

Un tema ricorrente nell’iconografia coloniale è la sessualizzazione dell’altro come femminile, un trucco per evocare la necessità di tutelare, proteggere, decidere il destino dell’altro, per sua natura incapace -proprio come le donne- di mettersi all’altezza dei tempi. La sessualizzazione dell’altro come femminile ha costituito un aspetto essenziale del processo di civilizzazione condotto da un Nord maschio a spese di un Sud femminilizzato. Le donne nel cuore stesso dell’ordine capitalista patriarcale e le numerose razze, etnie e civiltà altre -i dannati della terra- per secoli hanno occupato uno spazio inferiore, sono stati mantenuti al di sotto del luogo occupato dall’unico soggetto storico valido, portatore di progresso e di civiltà, di raziocinio e di ricchezza. Come nella favola di Fedro, superior stabat lupus, longeque inferior, agnus. Ma proprio nello stare, e non essere superiore del prepotente, risiede la certezza che quella superiorità sia un mero frutto della causalità dello stare per cui è diventato lecito nutrire la speranza di un cambiamento, di un altro mondo possibile. La natura non discrimina fra esseri inferiori e superiori, offre a ciascuno una serie di strumenti e lascia che ciascuno se la cavi come può. Alle donne del Novecento -che con chiarezza hanno avvertito lo scoccare della loro ora- è toccato il grande sforzo di aprire, di ibridare, di transculturare i dettami della nostra civiltà pagando un prezzo alto per i costi che ha comportato la decostruzione, ma soprattutto una riconfigurazione possibile dei rapporti fra i generi, le razze, le classi. L’entrata delle donne nella storia, in quanto soggetto trasversale che attraversa razza, età, classe e molte altre differenze ha potuto contare sulla loro sperimentata comprensione dell’angoscia della marginalità, dell’umiliazione dell’inferiorità, dell’ingiustizia dell’offesa, della difficoltà del bilinguismo, della necessità di rendere udibile la voce dei vinti, di coloro che -come le donne- sono stati relegati in basso: gli inferiori.

Questa sensibilità deve restare desta evitando l’errore -proprio di chi si considera superiore- di contribuire a formulare nuove norme, magari una norma dell’eccezione, invece di governare il disordine e il caos elevando a somma, a inclusione il magma etnico, culturale, linguistico e di genere nel quale ci troviamo immersi in questi tempi di globalizzazione. Lavorare sulle differenze offre straordinari stimoli e aperture alla conoscenza a patto che la differenza non venga ridotta a qualcosa di separato e di lontano, ad altro.

Incombe, dunque, al soggetto resistente -la donna- il compito di proporre nella pratica, un diverso modo di pensare; per esempio, pensare simultaneamente da diversi punti di differenza e non esclusivamente dal punto dolente della differenza sessuale giacché l’omogeneità, le identità rigide incorrono fatalmente in quel terribile difetto che è l’esclusione, nemico giurato della democrazia il cui orizzonte è, e deve essere, plurale ed eterogeneo. Accontentarsi di un nuovo status, di un ruolo diverso, infinitamente meno oppressivo, ma pur sempre un ruolo, presenta il rischio di andarsi a cacciare docilmente in una nuova gabbia identitaria, certamente ampia e spaziosa, ma pur sempre gabbia, pur sempre uno spazio chiuso, i confini del quale possono essere esplorati con coraggio e intelligenza, in un falso movimento che inevitabilmente finisce con l’imbrigliare le dirompenti energie liberate, assegnando alle donne un nuovo ruolo al quale dovremo nuovamente soggiacere.

Abbiamo accettato di essere diverse e di questa differenza abbiamo fatto un principio di identità, blindando la circolarità necessaria fra le facoltà proprie degli esseri umani, accettando in qualche modo il principio antinomico dei contrari (donna diversa da uomo), col rischio che lì si annidi, mascherato, il ritorno di un discorso egemonico, e finendo col togliere al principio della differenza il suo potenziale di trasformazione nel momento in cui abbiamo fatto di essa una fissità, un modello identitario. Hélène Cixous sostiene che la differenza sessuale è la radice e la metafora di tutte le differenze e in questa affermazione sta la forza irriducibile, la vera forza delle donne. In quanto soggetto transitivo, nomade e trasversale, l’esperienza delle donne (inferiori, emarginate, oggetto e non soggetto della storia e della vita, ecc.) è radice e metafora delle esperienze di tutti coloro che sono stati tenuti a bada dai detentori del potere egemonico, un potere -inutile ripeterlo- patriarcale, maschile, falsamente universale.

Riconoscere le differenze è stato importante perché ha evidenziato che la cultura maschile mancando di una parte decisiva delle potenzialità della specie è parziale, escludente, riduttiva; ma se è vero che le donne sono differenti dagli uomini è anche vero -e bisogna prenderne atto con coraggio, abbandonando la comoda e accogliente coperta della sorellanza- che sono differenti fra di loro e perfino differenti da se stesse nell’inevitabile e naturale percorso di crescita e maturazione. Una differenza che -come sembra sempre più ovvio- non è necessariamente una prerogativa femminile.

Ma Rosi Braidotti esprime saggiamente il timore che il concetto della differenza sessuale sia già stato messo fuori uso dal mondo post-moderno che ci offre la possibilità di procreare al di fuori dei rapporti sessuali, che ci offre già l’esperienza della transessualità e ogni tipo di sorprendenti possibilità di perpetuare il genere umano prescindendo dai sessi. Ecco allora che la differenza, pur continuando ad essere un utile strumento di lotta non può più, e non deve, essere accettata come una norma, una regola, una fissità.

Lo stesso vale per il genere, un’etichetta elegante e leggera, che ha permesso di rendere meno aggressivo il contenzioso uomo/donna mettendo in rilievo il fatto che il genere è l’insieme di caratteristiche fisiche, psichiche e di comportamento che ciascuna cultura attribuisce ai sessi: alla femmina la femminilità e al maschio la mascolinità. Pura tautologia.

Ma anche questa pratica, politicamente corretta, nasconde la sua insidia; in questo fair play elegante si rischia di far dimenticare che il mondo che noi conosciamo è un mondo macho (bianco, eterosessuale e borghese – razzista, eterosessista e classista). Se il genere è una categoria universale di costruzione dell’esperienza, risulta pericoloso e scorretto annullare le differenze e riconoscere le conseguenze universali dell’ideologia di genere perché, così facendo, rischiamo di rinunciare al necessario impegno di demitificare e decentralizzare il discorso egemonico, cosa che le donne sono in grado di fare perché hanno l’esperienza della marginalità e della differenza, intesa -lo ripeto- come inferiorità.

Il discorso si fa, dunque, squisitamente politico e attiene all’esercizio del potere. E’ ancora la Braidotti a notare che il problema sta nell’esclusione delle donne e nella denigrazione del femminile, atteggiamenti che non costituiscono solo una piccola omissione da risolvere con un po’ di buona volontà giacché questi fattori rappresentano il cuore stesso del processo di autolegittimazione maschile, nella sua continuità storica e testuale e dell’autoproiezione ideale del maschio universale.

Abbassando la guardia, smettendo di diffidare, di praticare quell’ermeneutica del sospetto che ha permesso loro di porre in dubbio le altrui certezze, le grandi totalizzazioni o i saperi monologici e ufficiali, le donne rischierebbero di azzerare un secolo di lotte senza aver scavato nel cuore del problema, e cioè nell’ostinata e incancrenita riproposizione di un mondo fatto di esseri inferiori, condannati ad obbedire, e di esseri superiori destinati a comandare. Questo è il modello (così antico da sembrare innato e naturale) che ci è stato imposto e di cui abbiamo fatto esperienza. Questa esperienza deve servire adesso per ripudiare quei concetti stessi -falsamente naturali- di superiorità e di inferiorità. E non solo nel contenzioso uomo/donna, ma in tutte quelle antinomie sulle quali è stata costruita una rassicurante cultura canonica.

Lavorare, pensare contro e fuori dal canone è una battaglia culturale basata sulla convinzione che esso non è né un fatto biologico né un fatto transtorico, ma piuttosto il prodotto di una visione del mondo parziale ed escludente, comoda e rassicurante per il potere di turno, deciso con ostinazione a difendersi e a perpetuare la sua egemonia retta da un canone socialmente condivisibile in un qui ed ora, ma che è iniquo trasformare in una perennità.

L’iconografia classica ha sempre metaforizzato anche la povertà in una figura femminile, smunta e scheletrica con le mammelle prosciugate e flaccide.La povertà, dunque, nell’immaginario collettivo è donna. E la povertà è simbolo di inferiorità così come la donna è, per antica consuetudine, un essere inferiore.

I concetti di superiorità e di inferiorità, in quasi tutte le culture e civiltà del mondo, ma in particolare nella cultura occidentale, costituiscono una connotazione di valore che accompagna sempre la percezione della differenza fra un soggetto e l’altro. La coppia maschio/femmina, potenzialmente complementare e produttrice di una forza proveniente dalla somma delle loro diversità, nelle storie delle civiltà ha subito un indebolimento proprio a causa della connotazione di valore attribuito alla differenza di genere: la femmina è diversa dal maschio ed è a lui inferiore. Secondo la Bibbia, dopo aver creato l’uomo, Dio gli ha sottratto una costola per dotarlo di un complemento e di una compagnia: la donna, non pari ma inferiore alla creatura impastata col fango a cui Dio stesso ha insufflato lo spirito vitale semi-divino.

Siamo, dunque, state create dopo, per consolare Adamo della sua solitudine, per dargli una stirpe, una successione. Siamo un mezzo, un complemento e non un soggetto nel mondo creato dall’onnipotente. Alla nostra inferiorità, anche fisica, si è creduto fin dalla notte dei tempi e ci hanno creduto -o hanno finto di crederci- sia gli uomini che le donne. Il fior fiore delle migliori menti (maschili) non hanno mai messo in dubbio l’inferiorità femminile ed anzi l’hanno corroborata ricorrendo anche a teorizzazioni che oggi ci sembrano addirittura demenziali: il loro cervello è più piccolo, il loro utero è un recipiente inerte, atto solo a raccogliere il seme maschile che è fonte di vita, il loro corpo è intorpidito da eccesso di liquidi. La naturale differenza, trasformata in una connotazione di inferiorità, ha mantenuto le donne silenziose e mute, passive e disperate, abnegate e generose ai margini della storia.

Si è dovuto aspettare il 1976 per avere una dichiarazione pubblica di uguaglianza fra uomo e donna, una dichiarazione formulata da una sede tutta femminile quale fu la Prima Conferenza Mondiale delle Donne di Città del Messico. Quella dichiarazione -ovvia, elementare- in questi trent’anni ha fatto molta strada, consentendo alle donne dei paesi più industrializzati (e all’interno di questi, alle donne più evolute socialmente e con privilegi di classe) di rendersi visibili e anche molto visibili, udibili e presenti in sfere molto alte delle gerarchie sociali.

E’ impossibile negare l’importanza dei movimenti femministi e della lotta per il riconoscimento della nostra uguaglianza, una lotta che le donne hanno intrapreso e condotto da sole e che ha scardinato un pensiero maschile blindato, tutto teso alla difesa dei propri privilegi, e comunque incapace di comprendere le ragioni e la portata di quella lotta. L’uomo, anche il più aperto e progressista -fa notare Rosy Braidotti- non può capire i motivi profondi della rivoluzione delle donne perché gli manca l’esperienza della discriminazione e dell’inferiorità. Stiamo parlando -è ovvio- della nostra società industrializzata; da questo punto di vista si cade facilmente in un pericoloso errore, lo stesso in cui erano incorse le attive e raffinate femministe riunite a Città del Messico, cioè quello di centrare la propria attenzione esclusivamente sul livello alto in cui si svolgeva la battaglia nei paesi ricchi e fra soggetti ricchi se non altro di cultura, di istruzione, di esperienza e di tempo per ragionare. A quella storica Conferenza di Città del Messico partecipavano, oltre a filosofe, intellettuali, scrittrici, anche militanti politiche, sindacaliste, esponenti dei movimenti. Fu proprio una di queste, la boliviana Domitila, fondatrice del sindacato delle mogli dei minatori, madre di numerosi figli, vittima di torture e vessazioni da parte dei militari boliviani ferocemente alla caccia del “terrorista” Ernesto Che Guevara, che affacciandosi in una sala dove si discuteva di clitoride e di piacere sessuale, di omosessualità e della propria gestione del corpo, avvertì la sua estraneità, o meglio, l’estraneità della sua esperienza rispetto a quel dibattito.

Ecco allora che affermare che la donna del Sud (si intenda il Sud come un polo di disvalore rispetto al Nord) sia doppiamente inferiore e quindi doppiamente discriminata non è esagerato. Ma allora vale la pena di riflettere sul fatto che la donna del sud del mondo deve combattere contro la miseria, contro lo sfruttamento suo e dei suoi figli, e perfino contro la discriminazione imposta dal suo più diretto superiore (marito, padre, fratello) come lei sfruttato e misero e vessato ma, contrariamente a lei, ancestralmente convinto della sua superiorità e autorizzato ad esercitare il suo miserabile potere di maschio sulla femmina. Vale la pena di riflettere su come la rivoluzione delle donne, che ha sconvolto il Novecento e che ha la possibilità di indurre radicali trasformazioni nel Terzo millennio, debba tener conto del più vasto problema dello sfruttamento del forte sul debole, dell’arbitrario esercizio del potere del superiore sull’inferiore (valori questi che vengono stabiliti sulla base di una autoproclamazione di superiorità), dell’assoluta necessità che tutto quanto il movimento delle donne ha elaborato a partire dall’esperienza dell’inferiorità e dell’emarginazione venga messo al servizio dell’umanità tutta.

Adesso le donne cominciano ad abitare la storia operando, insieme a migranti e a diversi, come una quinta colonna sudista nel cuore stesso del Nord; individuano nella necessità di sopravvivere -alle guerre, allo spreco delle risorse- una coincidenza di pensiero fra primo e terzo mondo, ed arrivano a pensare che forse sarà possibile assicurare a Rigoberta Menchú, india quiché (e Premio Nobel per la Pace) che suole ripetere -fra orgogliosa e sconsolata- “il mio orologio è un altro”, che forse è arrivato il momento di cominciare a battere lo stesso tempo, tempo dell’inclusione e dell’eguaglianza, tempo di vera democrazia.

Una canzone napoletana, della Napoli che ospita e promuove “La scrittura della differenza” e che si rivolge alle donne del Sud per stimolarle a riempire il vuoto della scrittura drammaturgica femminile, recita: Nui simm’ do Sud … e camminamm’ a pere … datece o tiemp’ d’arrivà!. Con l’evidenza del fallimento del modello di sviluppo occidentale, non credo sia più il caso di chiedere al Nord di darci il tempo di arrivare. E’ invece il momento di esigere una radicale revisione della visione economica dominante che mercifica i rapporti delle persone fra loro e verso la natura che le accoglie, la rinuncia di un modo di pensare escludente, l’abolizione di schemi prevaricatori, il superamento della rigidità del canone. Azzerare le disuguaglianze e rispettare le differenze potrebbe consentire al Sud femminilizzato di prendersi il suo tempo.