Prefazione

di Anna Maria Crispino

Scrivere le parole che devono essere dette. E i gesti, le luci, la musica che devono essere visti e ascoltati: sta qui la sfida di chi scrive per il teatro, e la lettura chiama ad un impegno anche immaginativo, visivo, evocativo. Occorre dunque un patto forte tra autrici/autori e chi legge testi come quelli contenuti in questo volume, frutto di una iniziativa nata tra Barcellona e Napoli, lungo una delle rotte della nomade Alina Narciso, che naviga tra le lingue e le scene. La Biennale Internazionale di Drammaturgia Femminile è giunta alla sua III edizione e i testi selezionati dalla giuria – presieduta dall’assessore alle Pari Opportunità della Provincia di Napoli, Angela Cortese – per la messa in scena e per la pubblicazione sono i vincitori dell’edizione 2005-2006. La Biennale ha lo scopo di valorizzare e promuovere l’opera delle drammaturghe, mettendo l’accento sulla differenza di genere e quelle culturali ed etniche: se, come sostiene Alessandra Riccio nella postfazione a questo volume, una delle caratterizzazioni del dominio coloniale è stata la «femminilizzazione» del Sud, nel segno dell’inferiorità, l’incrocio tematico non è peregrino. E i testi selezionati ne danno pienamente conto. Frontera dell’italiana Gabriella De Fina, nata a Potenza e residente a Palermo, ma con una vasta esperienza di lavoro e ricerca anche all’estero, ci racconta le storie parallele di due migranti messicani che si avventurano, come tanti, negli Stati Uniti per cercare fortuna. Viaggio avventuroso verso l’ignoto che l’autrice ci restituisce in forma di narrativa in prima persona, in una lingua che ricorda quella scrittura mestiza, ibrida, contaminata, teorizzata, per l’impasto tra inglese e spagnolo, da Gloria Anzaldúa e utilizzata da scrittrici chicane come Sandra Cisneros. I protagonisti sono due uomini, ma il segno visibilissimo della loro differenza è proprio in quella lingua che li marchia come diversi in un contesto che pure è attraversato dallo spettro ampio di altre differenze. Temi di fondo restano però lo sfruttamento dei migranti e il loro sradicamento, la sospensione di vite alla deriva perché non riescono a scrollarsi di dosso la miseria. Temi che ritroviamo anche ne Il tripalio dell’argentina Sara Rosenberg, scrittrice, drammaturga e artista visiva, esiliata da 1975 e ora residente in Spagna. La protagonista, Maite, cerca un lavoro disperatamente ma quelli che trova sono come una condanna ad una tortura medioevale, cui si resta inchiodate dai maschi di turno, datori di lavoro, clienti, marito o giudice. Un raffinato gioco di evocazioni e rimandi al cinema di Charlie Chaplin regge la struttura di Io non sono Charlot della giovane drammaturga cubana Liliam Ojeda Hernádez, un testo dominato dal rifiuto dell’identificazione tra l’attore e il personaggio, perseguitato dalla spettro della povertà che si identifica con lo straniero. Migranti, disoccupati, stranieri: un filo sotterraneo, certo non casuale, lega questi testi pur nella loro diversità di stile di scrittura e provenienza, quasi a suggerire che è la collocazione di chi guarda a fare la differenza, in un mondo polarizzato in cui la vera frontiera non è geografica ma a fare da spartiacque è la linea di confine tra inclusione e esclusione. Chi guarda, chi scrive questi testi, sono donne che dell’esclusione, della marginalizzazione, della discriminazione hanno esperienza: la loro differenza di genere appare qui come la chiave di volta per mettere in scena altre differenze, che giocano a tutto campo nella scrittura oltre che nella caratterizzazione dei personaggi. Un gioco di cui stravolgono le regole e ribaltano il senso: non ci sono comode scorciatoie verso la ricomposizione tra il sé e sé, tra sé e il mondo, né finali accomodanti.
Nel volume è stato inserito anche il testo delle cubane Raquel Carrió e Flora Lauten, ardita riscrittura della Tempesta di William Shakespeare, «per le peculiari qualità artistiche dell’opera fortemente rappresentativa della cultura afrocubana». Carrió era stata una delle vincitrici della II edizione della Biennale per il testo El vuelo del Quijote. La tempesta è un’opera più volte reinterpretata dalla critica femminista e postcoloniale per i molteplici piani di lettura che offre l’universo conchiuso dell’isola e per la varietà dei suoi personaggi. In questa riscrittura a quattro mani in 15 quadri, che utilizza testi di Shakespeare e narrazioni delle culture yoruba e ararà del Caribe, la nave di Prospero, re spodestato e mago, e di sua figlia Miranda, arriva nel Nuovo Mondo spinta da una tempesta scatenata da Sicorax, madre di Calibano. È lei, Sicorax, l’artefice dei miraggi, degli incantesimi, delle mutazioni. Una rappresentazione, nello spazio mitico, del sincretismo tra la cultura della Vecchia Europa e quella del Nuovo Mondo che sfocerà nel «rovesciamento della favola», cioè nell’amore tra Miranda e il disprezzato Calibano. La donna, madre e maga, e il nativo, scuro e selvaggio, emergono così in primo piano come figure di una contronarrazione dalla parte dei dominati. Dalla parte di chi, dall’isola invasa, riscrive la Storia raccontando un’altra storia.

Ulteriori riferimenti: