Si è tenuta all’Avana nel mese di marzo la VI edizione della Biennale di Drammaturgia Femminile “La Scrittura della/e Differenza/e”. In vista dell’appuntamento italiano, che si terrà a Napoli dal 2 al 5 maggio 2013, pubblichiamo una traduzione dell’intervista ad Alina Narciso, creatrice della Biennale, pubblicata sulla rivista Florencio (Año 8, Número 32 Enero 2013. L’articolo di cui fa parte l’intervista tradotta inizia a pagina 58: http://www.argentores.org.ar/97_heavy/florencios/Florencio0832.pdf):

Come è nata la biennale e in che modo si è sviluppata? E quali sono state le sue realizzazioni più importanti? Alina Narciso, la creatrice dell’evento, risponde a questa e ad altre domande nell’intervista che segue.

Riassumimi, per favore, l’origine della biennale nel 1999

In quel momento stavo lavorando a Barcellona e mi resi conto che lì come in Italia non c’erano molti montaggi diretti da donne, e ancor meno opere montate a partire da testi scritti da donne. Mi misi in contatto con l’università di teatro catalana per verificare se questa prima impressione corrispondeva a una realtà. Quindi contattai la drammaturga Angels Aymart, conosciuta per il suo impegno nel campo della scrittura femminile, e portammo avanti una ricerca. Risultò che la prima impressione corrispondeva di fatto ad una realtà e cominciammo a parlare del tema. Ci incontrammo con altre donne del mondo teatrale, continuammo a riflettere e alla fine decidemmo di organizzare alcune giornate. Di fatto, a partire da allora, a Barcellona si organizza ancora ogni anno una settimana dedicata alla drammaturgia femminile catalana. In seguito tornai in Italia e con Angels Aymart decidemmo di organizzare a Napoli una settimana con drammaturghe di Italia e Spagna. A partire dal successo ottenuto dalla manifestazione, che aveva dimostrato un interesse reale da parte del pubblico, mi sembrò che forse ci potesse essere uno “spazio” per trasformare questa manifestazione in qualcosa di più stabile. Riflettendo sul tema mi sembrò importante aggiungervi un’ulteriore impostazione – quella delle differenze culturali – che erano e sono un’altra costante del mio lavoro. Ho creduto fosse importante far sì che i due aspetti – quello di genere e quello delle differenze culturali – si incontrassero, tenendo in conto che ci sono molti studi che dimostrano che non si può parlare di genere in una maniera “indistinta”. E senza osservare la società in cui le donne si muovono poiché, d’altra parte, entrambe le differenze, quelle di genere e quelle culturali, sono state marginalizzate dal pensiero egemonico dominante. Per concludere, con la mia compagnia italiana decidemmo di scommettere su questo progetto e di organizzare la seconda edizione. Si decise inoltre che la “selezione” delle drammaturghe che avrebbero partecipato sarebbe avvenuta tramite un concorso: questo fu il modo che trovammo per  far sì che la partecipazione fosse quanto più aperta possibile e non, come succede fin troppo spesso, scegliendo “amiche” e /o “conoscenti”… E così è cominciata l’avventura!

Su che appoggi potevi contare per iniziarla?

Nella prima edizione potevo contare solo sull’appoggio della SGAE e della Asociación Catalana de Dramaturgas che, nel frattempo, era stata creata a Barcellona e soprattutto con l’entusiasmo della mia compagnia. A partire dalla seconda edizione abbiamo potuto contare sull’appoggio della Provincia di Napoli – Assessorato delle Pari Opportunità – che ci ha appoggiato fino alla quarta edizione, quando improvvisamente sparirono tutti gli appoggi e ci salvò Cuba.

Come si è sviluppata la biennale in questi anni in cui è andata avanti?

Poco a poco. Ogni edizione ha aggiunto qualcosa. Per esempio nella seconda edizione entrarono l’Argentina e Cuba, un avvenimento molto importante sia per il futuro dell’evento che per focalizzare ulteriormente il tema delle differenze culturali. E questo sviluppo si è verificato in ogni edizione, cambiando quello che non aveva funzionato, ascoltando le opinioni e i consigli delle vincitrici che avevano partecipato e, soprattutto, creando relazioni con le donne che partecipavano man mano. L’incontro con Patricia Zangaro è stato molto importante nel momento di creare una partecipazione più stabile dell’Argentina. Lo stesso è accaduto con Esther Suárez Durán, il cui appoggio incondizionato all’evento già a partire dalla seconda edizione ha significato molto per me nel confrontarmi con i momenti difficili, quando la tentazione di abbandonare tutto si faceva più forte. Di fatto, quando i tagli alla cultura in Italia ci hanno messo in una condizione che sembrava senza vie di uscita, Cuba – nella persona di Gisela González (in quel momento vicepresidente del CNAE) – si offrì di appoggiare ed accogliere l’evento nel suo paese, salvandolo. Credo che proprio questo sia stato uno dei punti di forza della manifestazione: ogni edizione ci ha dato la possibilità di incontrare donne interessate a lavorare perché la scrittura femminile e, più in generale, perché il teatro fatto dalle donne prendesse forza e protagonismo. Poco a poco e in una maniera molto spontanea (com’è ovvio non tutte le vincitrici hanno voluto coinvolgersi) si è andata costruendo una rete di relazioni basata sulla ”compartecipazione di un pensiero”, sulla convinzione/necessità di un’arte compromessa con la realtà. Siamo artisti e intellettuali che si incontrano e che stabiliscono relazioni non solo a partire da un pensiero di genere ma anche a partire da un modo di intendere l’arte, il teatro. In una certa misura, deve funzionare una chimica che fa sì che ci “riconosciamo” reciprocamente, a dispetto delle differenze e dei contesti in cui ciascuna di noi opera, o meglio, a partire da queste circostanze. Io credo che sia stata fondamentale l’idea di creare una rete basata su un principio che mi piace chiamare “politica del dono”, voglio dire sull’idea di fare qualcosa senza pensare a quello che si può ottenere. Farlo per necessità culturale, dare ad altre donne la stessa possibilità di cui si è goduto e con la convinzione che solo unendo le forze si possono ottenere quei cambiamenti di “immaginario culturale” che producano la necessità di ascoltare la voce delle donne.

Quali sono i risultati? Quali sono le difficoltà attuali?

I risultati sono costituiti dal fatto che poco a poco si va costruendo una vera comunità di interscambio, di conoscenze reciproche, di interessi. Penso che quando questa comunità inizi a funzionare come una vera rete potrà rappresentare un punto di forza per tutte. Già adesso, comunque, permette la circolazione di informazioni, conoscenze, scambi di opinioni. Ad esempio ho saputo da Patricia Zangaro che il problema della violenza contro le donne in Argentina era forte come in Italia e questo mi ha spinto a impostare il tema in un altro modo. D’altra parte, oggi so che i percorsi che sta seguendo la drammaturgia argentina sono molto diversi da quelli che si stanno seguendo in Brasile e ciò ha fatto sì che mi interrogassi sul “ruolo” della drammaturgia nel teatro contemporaneo. Forse questo potrebbe sembrare poco, ma in un tempo in cui il pensiero dominante ed egemonico ci offre un’unica e sola immagine del mondo, questa circolazione di idee ed informazioni rappresenta una forma di resistenza di un pensiero “differente”, che ancora cerca vie di uscite rispetto ad un liberismo selvaggio nel quale è previsto che si oda solo la voce del “più forte”. Le difficoltà sono quelle di sempre: trovare le risorse per poter sviluppare tutto quello che sarebbe necessario, la stanchezza che a volte ci prende per dover dedicare una parte così importante delle nostre vite a qualcosa che è al di fuori delle nostre necessità immediate. E il tempo, già si sa, non basta. Una difficoltà che è sorta è il fatto che in ogni edizione la biennale si ingrandisce e ottiene un’importanza maggiore. E il lavoro che esige questa crescita necessiterebbe di un gruppo molto più grande e a volte bisogna prendere decisioni difficili per mancanza di risorse. Fortunatamente Cuba ci ha offerto il suo appoggio all’evento fornendoci tutta la collaborazione che ha potuto.

Lucia Laragione